sabato 19 marzo 2016

Cantè j’euv, tradizione delle Langhe, e le uova per decorare la tavola di Pasqua


Per Pasqua avete pensato a decorare la casa e la tavola della festa? Non ci vuole molto. Simbolo di eccellenza pasquale sono le uova! Prima di proporre alcune piccole idee per sorprendere i vostri ospiti vi voglio parlare di una tradizione delle Langhe e del Roero: la questua delle uova, in dialetto cantè j’euv che per il 2016 viene riproposta oggi a Monteu Roero. Ecco la storia

L’allungarsi dei giorni, ai primi di primavera, l’erba nuova nei prati e la luna nuova nel cielo, l’odore nuovo della polvere delle strade e i primi tepori della bella stagione, inducevano gruppi di giovanotti a prendere la via delle cascine, nelle notti di quaresima che precedono la Pasqua. Muovendosi rigorosamente a piedi o, al più, su carri trainati da bestie, i giovani giungevano al limitar delle aie e lì cominciavano a cantare, nascosti dalla notte e avvisati solo dal cane che per lo più si univa stonatamente al coro. La canzone era una specie di filastrocca in dialetto piemontese: “Suma partì da nostra cà, ca i-era n’prima seira, per venive a salutè, devè la bun-ha seira...” (Siamo partiti dalle nostre case che era da poco sera, per venirvi a salutare e darvi la buona sera). Questo l’inizio. Poi seguivano altre strofe, molte altre strofe, in cui si invitava il padrone di casa a uscire e consegnare un po’ di uova. Il padrone il più delle volte usciva per davvero, magari assonnato nel primo sonno,con i pantaloni ancora in mano, e faceva scivolare una dozzina d’uova in una cesta portata a braccio da uno strano figuro, il fratucìn (che era poi nient’altro che un ragazzo vestito da frate). Dunque succedeva di tutto un po’ in quei cortili di cascina illuminati solo dalla luna, quando c’era: i cantori cantavano, il padrone, o la padrona, di casa per lo più stava al gioco e, dopo essersi fatta attendere un po’, si affacciava all’uscio con le uova in mano, quindi potevano accadere molte cose: che i cantori ringraziassero, sempre con il canto, la padrona per poi riprendere il cammino verso un’altra cascina, oppure che il padrone di casa, ormai ben desto, facesse entrare in casa o in cantina i ragazzi, offrendo loro un bicchiere di buon vino rosso e tagliando il salame fatto in casa. 

Erano rare le volte in cui il padrone di casa non voleva proprio saperne di uscire: in quei casi i ragazzi se ne andavano maledicendo la cascina e i suoi abitanti, in particolare gli animali e il raccolto. Ma erano maledizioni bonarie e scherzose, non c’era mai reale intento di augurare sventure. Così, con l’andar della notte, l’intero villaggio risultava animato di canto e di musica: di musica, certamente, perché i questuanti avevano sempre con sé il clarino, la fisarmonica, un tamburo o un trombone. Certo era una festa per tutti, un bel modo di trascorrere insieme le prime notti tiepide di primavera. Ma c’erano anche altri significati alla base di questa tradizione: le uova raccolte erano utilizzate il giorno di pasquetta per preparare una grande frittata cui era invitato tutto il paese (motivo di comunione e socializzazione); chi andava a cantare le uova era quasi sempre poco facoltoso e in penuria di mezzi, e le uova si cantavano soprattutto in quelle cascine dove c’era abbondanza di animali e quindi di ricchezza (motivo di giustizia sociale e redistribuzione del reddito); a volte i ragazzi del gruppo vendevano le uova raccolte e con il ricavato si pagavano la festa dei coscritti (in pratica la festa dei 18 anni che tutti i ragazzi di uno stesso paese facevano insieme in estate); i ragazzi spesso con il pretesto della questua delle uova facevano la corte alle ragazze, ossia le figlie del padrone di casa, e molti matrimoni sono effettivamente nati così (motivo di stabilità sociale e solidità della comunità rurale); e poi chissà quanti altri motivi, più o meno importanti, più o meno dichiarati, più o meno attendibili. Quel che c’è da dire è che per tutto il paese il cantè j’euv era un momento fondamentale per ritrovarsi insieme, finalmente all’aperto, dopo un inverno passato chiusi in casa, per tutti era l’occasione di sgranchire le gambe, ristabilire un contatto con la natura, riprendere la via dei campi dopo i lunghi mesi di gelo. fonte Cantè j'euv
Torniamo ai miei suggerimenti per decorare con le uova la casa e la tavola della festa.
1) Osservate con attenzione questa foto. Sembrano uova di gallina, vero? Invece sono uova di cioccolato confettate che imitano in tutto e per tutto quelle vere. Un'idea divertente per scherzare con gli ospiti :-D
2) Come segnaposto o centro tavola si possono creare dei piccoli nidi (io ho usato la finta paglia fatta con trucioli di legno) che ospitano ovetti di cioccolato. La decorazione si completa con i fiorellini di campo oppure con fiocchi in tessuto.
3) Un'idea fai da te è decorare le uova vere. Si possono svuotare le uova di gallina (praticando un piccolo foro con uno spillo ad entrambe le estremità, si usa una siringa per far uscire il contenuto, si lavano e si lasciano asciugare un giorno sul termosifone). Io ho applicato dei disegni di fiori e farfalle applicando più strati di colla vinilica. Una volta fatte asciugare ho rifinito con una mano di flatting, che deve essere fatto asciugare per almeno 24 ore.
4) Dall'archivio, spolvero anche le uova di carta pesta. In questo caso si può fare un foro più grande, come una nocciola. Il buco sarà coperto con qualche strato di carta pesta.

5 commenti:

Manu ha detto...

Che belline queste decorazioni pasquali!!
Ti abbraccio

Elena Bruno ha detto...

@manu: grazie e auguri!

Martissima ha detto...

ma dai, cercavo giusto qualche idea da mettere come centro tavola e arrivi tu :-D

Elena Bruno ha detto...

@Martissima: mi piace apparecchiare la tavola e date un tocco di colore con le decorazioni :-) così si respira il clima della festa!

Cipensiamo Noi ha detto...

Sono proprio bellissime, delle vere opere d'arte. Complimenti, davvero una bella tradizione! :-D Un abbraccio, Buona serata :-D

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